UN RITMO IMPLACABILE DI MORTI BIANCHE

Qualche giorno fa, avevamo pubblicato un articolo (che trovate qui) sulla sicurezza sul lavoro in tempi di crisi.

Si ricordava il 15 aprile 2022, un giorno che verrà iscritto come uno dei più infausti nella tragica conta dei decessi avvenuti nello svolgimento di un’attività lavorativa.

Quel giorno i morti sul lavoro furono 4. Ma Il 21 giugno, a distanza di poco più di 2 mesi, sono decedute nuovamente altre 4 persone in poche ore. Tutte le vittime avevano tra i 26 e i 72 anni e gli incidenti mortali sono avvenuti da Nord a Sud, passando per il Centro, senza dimenticare i feriti anche gravi avvenuti sempre lo stesso giorno.

Al Nord, un giovane viticoltore è stato travolto da un trattore mentre lo stava conducendo. Il trattore si sarebbe ribaltato dopo aver urtato un muretto, schiacciando il giovane.

Sempre al Nord, nella stessa provincia, un operaio ha perso la vita a seguito della caduta dall’alto di una matassa di ferro che lo ha colpito mentre lavorava in un cantiere edile.

Al Centro, un altro operaio è stato travolto da un treno in transito mentre stava lavorando sulle canaline a lato dei binari, perdendo la vita.

Al Sud, la vittima più anziana. Un uomo di 72 anni deceduto a seguito della caduta da un’impalcatura. Sempre lo stesso giorno, risultano anche 3 gravi incidenti sul lavoro, per fortuna con esiti non fatali, ma uno dei quali costato ad un operaio ustioni sul 40% del corpo.

Le serie di 4 morti al giorno (con picchi superiore), si ripete con sconcertante frequenza. Altri 4 morti il 14 luglio 2022, di cui tre schiacciati da un trattore.  Il 18 luglio 2022, i morti sono stati addirittura 5 in un giorno, di cui tre stranieri.

Tutto questo, mentre gli incidenti mortali continuano al ritmo medio di 2 al giorno, incessantemente. Come i due  morti dimenticati di Lecco e Roma. A Roma, un uomo di 47 anni è rimasto schiacciato da lastre di legno mentre lavorava in una falegnameria. Nel Lecchese, invece, un operaio di origini straniere di 58 anni, è morto travolto da un mezzo in movimento.

Raccontiamo anche questi casi di cronaca, per non dimenticare che dietro le statistiche si nascondono le persone. Ricordiamo che in Europa, ogni anno, muore sul lavoro una popolazione equivalente ad un medio comune italiano. E accade ogni anno, incessantemente.

Cosa possiamo rilevare da queste ennesime tragedie? Poco per ora poco, se non l’estremo dolore dei familiari, amici e colleghi di lavoro.

La capogruppo del PD alla Camera, Debora Serracchiani, in merito ad uno degli incidenti, ha dichiarato inammissibile che un uomo si fosse trovato a dover salire su un’impalcatura a 72 anni. L’ aspetto che emerga nuovamente, è l’estrema eterogeneità anagrafica e settoriale delle vittime. Nessun settore è al riparo da incidenti e in nessun settore la prevenzione è mai veramente sufficiente.

Molto spesso, si sente dire che alcune aziende (e parliamo soprattutto di PMI) sarebbero costrette a contenere gli investimenti in sicurezza perché questi, assieme ad altre voci, inciderebbero sui costi e sulla competitività. È un luogo comune che dal punto di vista della microeconomia non ha alcun senso. In realtà la sicurezza sul lavoro è una delle voci della competitività, perché è strettamente correlata alla qualità ambientale, materiale e professionale dei lavoratori e quindi alla loro produttività.

Ci sarebbero da fare molti ragionamenti sulle cause che hanno fatto dell’Italia uno dei paesi a più alto numero di incidenti mortali in Europa – solo in Francia sono più alti.

Ma per capire la reale gravità della situazione italiana, occorre fare un confronto con altri paesi europei, ad esempio con quelli ritenuti più virtuosi.

Cominciamo dai dati assoluti. Dobbiamo fare un’importante precisazione sull’affidabilità di questi quando usati per raffrontarli a quelli di altri paesi. È la stessa EUROSTAT a farlo:

sottolinea che le statistiche espresse in valori assoluti presentano ancora oggi gravi carenze dal punto di vista della completezza dei dati, per una serie di motivi fondamentali:

  1. Alcuni Paesi membri (Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia), non disponendo di un sistema assicurativo specifico, non sono in grado di fornire dati completi, ma presentano livelli di sotto dichiarazione compresi tra il 30% e il 50% del totale.
  2. Alcuni Paesi membri (in particolare anglosassoni), non rilevano gli infortuni stradali avvenuti nell’esercizio dell’attività lavorativa, in quanto rientranti nella tutela non dei rischi da lavoro ma dei rischi da circolazione stradale.
  3. In molti Paesi membri i lavoratori autonomi (una categoria quasi ovunque molto consistente) e relativi coadiuvanti, non sono coperti dai sistemi di dichiarazione nazionali e quindi esclusi dalle rispettive statistiche, o totalmente (Belgio, Grecia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Irlanda) o parzialmente (Germania, Spagna, Austria, Finlandia). In Italia, come è noto, tale categoria è normalmente coperta.
  4. In alcuni Paesi membri diversi importanti settori economici non vengono considerati nelle statistiche; in particolare, parti del settore pubblico (amministrazione pubblica), dell’Estrazione di minerali e parti del settore Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni non sono coperti o sono coperti solo in parte.
  5. Disomogeneità nelle procedure di registrazione dei casi mortali: per esempio, in Germania vengono presi in considerazione solo i decessi avvenuti entro 30 giorni.

Per i raffronti tra i vari Paesi, invece, Eurostat raccomanda di utilizzare esclusivamente i tassi standardizzati di incidenza infortunistica elaborati dai tecnici Eurostat intervenendo sui dati assoluti, con procedimenti statistici appropriati, sia per finalità tecniche di armonizzazione delle diverse strutture produttive nazionali, sia per rapportarli alla corrispondente forza lavoro e per apportare quei correttivi di integrazione dei dati necessari per renderli più coerenti, omogenei e confrontabili.

Nel calcolo dei tassi standardizzati riferiti agli Stati membri, vengono esclusi anche gli incidenti stradali a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto (settore “I” per i dati fino al 2007, settore “H” per quelli dal 2008), allo scopo di fornire tassi di incidenza comparabili, in quanto in alcuni Stati membri essi non vengono registrati come infortuni sul lavoro. Per completezza di informazione, nelle tavole vengono riportati anche i tassi che includono gli incidenti stradali e a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto.

Fatta questa importante considerazione, si può fare una prima analisi sui dati assoluti, le cui differenze sono influenzate anche da fattori comparativi di tipo oggettivo legati ad aspetti socioeconomici e demografici che ci consentono di individuare delle linee di tendenza, ma consapevoli, però, che alcuni scarti tra i vari paesi sono “sfalsati” e amplificati dai fattori indicati da Eurostat.

Grafico 1

I VALORI ASSOLUTI DICONO POCO DEL CONTESTO REALE DI UN PAESE

Nel Grafico 1, che si riferisce ai valori assoluti, vediamo che le prime tre potenze manifatturiere d’Europa, Germania, Francia, Italia (in questo confronto non c’è il Regni Unito) presentano una prima caratteristica comune: si trovano ai primi tre gradini del grafico che, nel nostro caso, è ovviamente un dato negativo.

In questi tre casi possiamo intuire che ci possa essere una relazione tra la concentrazione produttiva (PIL) di questi tre paesi, il numero di abitanti (sono i più popolosi d’Europa) e un elevato numero di lavoratori.

Se un paese ha 40 milioni di lavoratori (ad esempio la Germania) e un altro 5 (come per i paesi più piccoli), considerata una certa incidenza di morti ogni determinato numero di lavoratori, è molto probabile che in termini assoluti il primo registrerà più morti alla fine di un anno (Ma anche più infortuni in generale). D’altro canto, essere nella parte centrale o bassa del grafico (dx), non significa affatto essere automaticamente tra i paesi virtuosi. Se consideriamo il dato assoluto di questi ultimi, in rapporto al numero di abitanti e al loro PIL, scopriremmo (e lo vedremo poi) come in realtà alcuni di loro siano messi peggio dei primi tre paesi in termini relativi.

È il caso di paesi come il Portogallo, in cui a fronte di circa 11 milioni di abitanti circa – meno di 1/7 alla Germania – abbiamo un numero di lavoratori attivi significativamente più basso e un PIL di “soli” 200 miliardi di euro contro gli oltre 4.300 miliardi di euro (1/20). È evidente, quindi, il motivo per cui il Portogallo si trovi ad essere, nel Grafico 1, nella parte più centrale.

Nella parte più bassa (destra) del grafico abbiamo i paesi come Danimarca, Svezia, Norvegia e Olanda che sono considerati proverbialmente virtuosi secondo quasi tutti gli standard internazionali socioeconomici. Per capire veramente queste differenze, ci serve però un dato standardizzato di incidenza infortunistica, come quello che rileva quanti lavoratori subiscono incidenti mortali ogni 100.000 lavoratori, assegnando a ogni settore la stessa ponderazione a livello nazionale di quella totale dell’Unione Europea. In questo calcolo vengono esclusi anche gli incidenti stradali e a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto, in quanto alcuni Stati membri non li registrano come infortuni sul lavoro. Vediamo come cambia il quadro.

Grafico 2

IL DATO RELATIVO CONTA DI PIU’

Se abbiamo visto che i dati assoluti non dicono molto, se li si astrae dal loro contesto, il Grafico 2 è quello che può meglio far comprendere la situazione reale di un paese analizzando il dato standardizzato. Intanto possiamo dire che anche su questo confronto, l’Italia non è messa bene (superiore alla media UE), ma comunque meno peggio rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare avendo in mente il Grafico 1. A fronte di una media di 2,2 incidenti fatali su 100.000 lavoratori, l’Italia ha una media di 2,6 (dato 2019).

I dati di alcuni paesi si confermano. La Francia, ad esempio, se consideriamo la media europea del 2019 pari a 2,2, si trova a più del doppio (4,8). Il fenomeno viene tuttavia spiegato dalla Dottoressa Camille Pradel, avvocato specialista della salute sul lavoro: “spesso, nel fare confronti, si mescolano dati che non sono comparabili”.

Secondo lei, il cattivo risultato della Francia si spiegherebbe in parte per l’utilizzo di un diverso parametro di registrazione degli incidenti sul lavoro, molto più rigido di quello adottato da altri paesi. In particolare, il carattere professionale di una lesione interna (crisi cardiaca, rottura aneurisma) non viene automaticamente riconosciuto. In Francia “qualsiasi lesione sui luoghi di lavoro si presume essere di origine professionale”. Comunque lo si guardi, il dato francese rimane piuttosto sconcertante.

La Germania è uno di quei paesi che meglio chiarisce la differenza tra il dato assoluto e quello standardizzato. Se in numeri assoluti (Grafico 1), infatti, la Germania è al terzo posto dopo Francia e Italia, in dati standardizzati (Grafico 2) passa dall’ essere un paese tra i primi tre peggiori a paese virtuoso, situandosi ben sotto la media europea (1,1 contro 2,2).

Intendiamoci, parlare di virtuosismo, quando ci riferiamo a persone decedute sul lavoro può risultare freddo, perché nessuno può essere veramente virtuoso finché ci sarà anche un solo morto sul lavoro, là dove si sarebbe potuto evitare. Il dato tedesco ci conferma, come anticipato prima, che in alcuni casi il dato assoluto è solo apparentemente alto perché magari siamo di fronte ad un paese più popoloso, con un PIL più alto e con un numero di lavoratori conseguentemente più elevato. E’ il Grafico 3 a rivelarci la dimensione dell’economia tedesca, tanto per rimanere nel nostro esempio. In Germania, nel 2019, gli infortuni non fatali erano pari a 867.000. Un gigante economico e demografico, quindi, che spiega impietosamente il perché di numeri assoluti così alti.

Il Portogallo, che in numeri assoluti è sotto il valore mediano, nel dato relativo si trova sopra la media europea (2,7). Paesi come la Romania poi, si trovano sopra la media sia nel dato assoluto che in quello relativo. Anche la Spagna si conferma come paese con un’alta incidenza. Senza analizzare tutti i paesi del grafico, possiamo osservare che, tendenzialmente, i paesi posizionati ai due estremi del grafico sono quelli che più riflettono la loro situazione reale (Francia e Olanda). Come accennato prima, tra i paesi c.d. virtuosi, solo la Danimarca evidenzia un dato relativo negativo, 2,9 contro 2,2 della media europea.

Grafico 3

Confrontare le cifre dei vari paesi, se non si usa un dato standardizzato, ripetiamo che è difficile perché non tutti usano lo stesso criterio. Pensiamo, ad esempio, alla definizione stessa di incidente sul lavoro. I dati Inail mostrano che nel nostro paese, nel totale degli incidenti denunciati rientrano i cosiddetti incidenti «in itinere», cioè quelli che si verificano sul tragitto per andare al lavoro, non solo quelli che si verificano sul luogo di lavoro. In Europa le agenzie di statistica sono divise tra l’includere e il non includere gli incidenti in itinere tra gli incidenti sul lavoro, mentre l’Italia è uno dei pochi paesi ad adottare questa classificazione.

EUROSTAT, invece, lo ribadiamo, considera solo i morti in occasione di lavoro e non i caduti “fuori dall’azienda”.

LA TRISTE CLASSIFCA DEI SETTORI

In Europa nel 2019, il 22,2% di tutti gli incidenti mortali sul lavoro nella UE è avvenuto nel settore delle costruzioni, seguito dal settore dei trasporti e del magazzinaggio con il 15%, dal settore manifatturiero 14,8% e dall’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, con 12,5%.

In Italia la situazione è diversa. Come rileva l’Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro di Carlo Soricelli – all’agricoltura, purtroppo spetta il triste primato, con il 30% di tutti i decessi sui luoghi di lavoro. La cosa incredibile è che il 75% di questi muoiono schiacciati dal trattore (come per 3 dei 4 morti del 14 luglio 2022) e l’età varia tra i 14 e gli 88 anni.

Poi c’è l’edilizia, che rappresenta il 15% dei morti, dovuti soprattutto alle cadute dall’alto. In questa categoria, sono moltissimi i morti tra i lavoratori in nero soprattutto nelle regioni del Sud, ma non solo.

L’autotrasporto, segue con circa 11% dei morti, di cui fanno parte tutti i lavoratori che guidano un mezzo sulle strade e autostrade.

L’industria rappresenta il 5,89% dei decessi sui luoghi di lavoro. Quasi tutti nelle piccole e piccolissime aziende dove non è presente il sindacato o un responsabile della sicurezza. Nelle medie e grandi aziende i casi sono molti meno, rileva l’osservatorio, e quei pochi sono quasi sempre lavoratori che operano all’interno dell’azienda stessa ma che non sono dipendenti diretti, bensì addetti di aziende appaltatrici.

A questo proposito dice Soricelli:

Le imprese e i sindacati devono accertarsi che questi lavoratori svolgano il loro lavoro in sicurezza e siano tutelati come i dipendenti“.

C’è, inoltre, “una miriade di artigiani o di loro dipendenti che perdono la vita lavorando. A questo aggiungiamo anche i poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco che non sono assicurati da INAIL“. I morti sul lavoro over 60 sono oltre il 20% del totale, soprattutto in agricoltura, in edilizia e tra gli artigiani.

Non si possono far svolgere lavori pericolosi a lavoratori anzianiCi sono anche molti giovani ventenni a morire sul lavoro, soprattutto precari, che hanno perso la vita nel 2021. Non solo Luana D’Orazio (l’operaia deceduta in un’azienda tessile toscana), ma anche altre decine di giovani che svolgevano lavori pericolosi senza nessuna preparazione. Con il rischio di venir licenziati se avessero avuto da ridire sull’attività che dovevano svolgere“. Per non dimenticare i giovani studenti della formula scuola lavoro, deceduti in incidenti su lavori che non avrebbero dovuto svolgere soli, senza un’adeguata sorveglianza.

Il report evidenzia, infine, che “c‘è stato un netto calo delle morti tra gli stranieri rispetto agli anni precedentiPrecedentemente agli anni del Covid, la percentuale era sempre intorno al 10% del totale. Soprattutto marocchini, albanesi e romeni tra i decessi“.

COVID-19 HA “STRAVOLTO” I DATI DEI DECESSI SUL LAVORO

Vediamo infine quale è stato l’andamento durante il Covid, rispetto al periodo immediatamente precedente, il 2019, oggetto delle analisi statistiche. Occorre fare una premessa. C’è una grande differenza tra gli infortuni mortali denunciati e quelli effettivamente accertati.

Grafico 4

Nel Grafico 4, abbiamo riportato l’andamento relativo alle denunce per infortuni mortali sul lavoro (linea blu) e quelli accertati (linea gialla). Gli ultimi due anni, vanno presi con estrema cautela, perché è intervenuto il Covid-19. INAIL, infatti, considera i lavoratori assicurati morti da malattia Covid-19 come morti per infortuni sul lavoro. Sui dati del 2020, quindi, incide fortemente la pandemia e i decessi ad essa correlati, pensiamo a quanto accaduto tra gli operatori sanitari e parasanitari. C’è stato un aumento dei morti complessivi che passa da 1.205 del 2019 a 1.538 nel 2020 (+27%). Nel 2021, invece, il calo dei decessi, è probabilmente dovuto alla latenza con cui l’infezione virale tende a manifestarsi in forma letale. Gli incidenti mortali infatti – evidenzia Eurostat – sono definiti come quelli che portano alla morte della vittima entro un anno dall’incidente.

In media, dal 2016 al 2020, sono stati riconosciuti dall’INAIL circa 700 decessi sul luogo di lavoro a fronte di molte più denunce annuali. Il 57% delle denunce di infortunio mortale pervenute all’INAIL viene effettivamente “accertato” come decesso sul luogo di lavoro dall’ente previdenziale.

Un altro elemento che avvalora l’impatto di Covid-19 sui dati, si evidenzia nel Grafico 5. Balza subito all’occhio che, che mentre nel 2020 le denunce di incidenti totali calavano, si registrava un forte aumento di quelle mortali. Che cosa è successo?